Musulmani pregano nell’università occupata, ecco la condanna del rettore

Rischia di diventare un caso nazionale la preghiera del venerdì organizzata nei corridoi di Palazzo Nuovo occupato la settimana scorsa. Una trentina di fedeli musulmani, studenti e studentesse in stragrande maggioranza di origine straniera proveniente da Pakistan, Palestina, Turchia e Egitto, si è ritrovata nella sede occupata dell’Università di Torino, trasformata per una quartina di minuti in una sala di una moschea. «È stato recitato un sermone in cui si inneggia alla Jihad anche in Italia», hanno denunciato alcuni professori al ministero dell’Università e chiedendo l’intervento della responsabile del dicastero, Anna Maria Bernini. In tutta la sua storia, lunga quasi 60 anni, Palazzo Nuovo ha accolto iniziative e proteste di ogni tipo, ma non era mai accaduto quello che è capitato venerdì. Al quinto giorno dell’Intifada universitaria, l’occupazione dei «Free Palestine» per fermare l’invasione di Gaza, si è svolto un momento dedicato ai fedeli dell’Islam. In un edificio rimasto quasi del tutto vuoto per via del corteo studentesco organizzato nella stessa mattinata, sono stati stesi i tappeti e i teli per la preghiera filmata e poi finita su Youtube e sui social con il titolo «Cosa ci insegna la Palestina?». Nella segnalazione al Mur, i professori denunciano che nel sermone, in italiano e in arabo, si sarebbe celebrata la «guerra santa» e, si sospetta, l’incubo del proselitismo come ai tempi della guerra Isis. «Un jihad che vediamo in Palestina nella sua più importante più palese manifestazione — si legge nella mail dei docenti preoccupati per l’occupazione dei filopalestinesi—. Un jihad compiuto da donne, da uomini da bambini ognuno con quello che può contribuisce a questa lotta di liberazione che è cominciata dal primo momento in cui i sionisti hanno calpestato quella terra Benedetta. Prima ancora della Nakba che di cui celebriamo in questi giorni il ricordo…». Non ci sta a passare per colui che incita all’odio, Brahim Baya, uno dei responsabili dell’attivissima moschea Taiba di via Chivasso. È stato uno dei portavoce della comunità islamica torinese, protagonista anche delle tante iniziative organizzate per promuovere il dialogo e la pace nei tragici anni degli attacchi terroristici dell’Isis. Su richiesta di alcuni studenti, impegnati nell’occupazione, si è trasformato in un imam per un giorno. «Per jihad bisogna intendere l’impegno che ogni buon musulmano deve sforzarsi di perseguire per essere un buon essere umano attento ai bisogni delle persone vicine e lontane. Nel mio sermone, ho inviato i fedeli a comportarsi nel migliore dei modi. Venerdì, vogliamo organizzare la preghiera al Politecnico». All’accusa di voler fare proselitismo, Baya, uno dei volti del coordinamento Torino per Gaza, risponde in modo netto: «Il momento di preghiera era dedicato solo alle persone musulmane. E, ripensando anche a quello che è capitato e sta capitando a Gaza, lo dico chiaramente: io sono contrario all’uccisione di qualsiasi persona civile. Io sono sempre contro la violenza». Tanto da aver ricevuto qualche critica dall’ala più arrabbiata della stessa protesta «Free Palestine», come accaduto durante le contestazioni al Salone del Libro. Intanto nella tarda mattinata di giovedì una nota del ministero dell’Università e della ricerca ha riferito di una telefonata tra la titolare del dicastero Anna Maria Bernini e il rettore, Stefano Geuna a proposito dell’accaduto. Durante la conversazione, il rettore ha precisato che il fatto è avvenuto in situazione di occupazione da parte di studenti, i quali impediscono da giorni l’accesso a docenti e personale universitario; quindi sotto la piena responsabilità degli occupanti, e che per parte sua, l’Università di Torino ribadisce fermamente il carattere di laicità dell’istituzione universitaria. Il rettore e il ministro hanno quindi condiviso un sentimento di piena condanna sull’accaduto. corriere.it