“Willy colpito come un sacco”, chiesto l’ergastolo per i fratelli Bianchi

Alle 3.23 del 6 settembre 2020 in largo Santa Caterina a Colleferro, tra le due comitive che si sono fronteggiate a spintoni, minacce e insulti ma che stanno ormai per accontentarsi di aver mostrato reciprocamente i muscoli, comincia ad aleggiare un presagio foriero di guai: «Stanno arrivando i Bianchi». È l’immediato prologo dei 50 secondi di pestaggio indiscriminato da parte dei due fratelli di Artena che «volontariamente trasformano una banale lite in una aggressione becera e selvaggia» nella quale viene ucciso Willy Monteiro Duarte «un ragazzino che non ha fatto neanche in tempo a difendersi dalla raffica di colpi, come un sacco da pugilato». Da qui parte anche la requisitoria della procura di Velletri che si conclude con la richiesta dell’ergastolo per i fratelli di Artena e la condanna a 24 anni di Francesco Belleggia e Mario Pincarelli.

«La morte di Willy può definirsi casuale solo per l’identità della vittima. Era certo che prima o poi sarebbe capitato un episodio simile, viste le condotte di Marco e Gabriele Bianchi. È un caso anzi che non sia morto anche l’amico che ha provato a soccorrerlo», dice il pm Francesco Brando. Per la prima volta in aula dopo i collegamenti dal carcere per le restrizioni Covid, i due fratelli ascoltano dalla cella degli imputati. Gabriele, il maggiore, camicia grigia, ciuffo biondo e rasato ai lati, si mostra più impaziente. Marco, camicia bianca, capelli cortissimi, è impassibile. Il pm contesta a tutti gli imputati l’omicidio volontario. La differenza la fanno proprio i precedenti, che portano ad escludere per i due fratelli le attenuanti generiche. Ai carabinieri accorsi dalla vicina caserma i commenti che arrivano dai ragazzi in lacrime attorno al corpo di Willy senza vita firmano l’azione senza bisogno di specificare: «Sono stati quelli di ArtenDietro le sbarre Gabriele si porta le mani alla testa, incredulo come un calciatore a cui hanno fischiato fallo; lancia il corpo all’indietro sulla sedia, trattiene una imprecazione. Poi agita le mani in vistoso dissenso dal resto delle contestazioni del pm. «Lui e Marco non si sono neanche resi conto di chi colpivano, il loro scopo era annientare chi avevano di fronte». E Belleggia e Pincarelli, rincuorati dall’arrivo dei due, si sono uniti a loro «come una falange». A fine udienza la mamma di Willy, che ha a lungo tenuto gli occhi chiusi come per non vedere il dolore, commenta con la solita dignitosa pacatezza: «Voglio solo giustizia per mio figlio, le pene le decide il giudice»a». E questo basta, dice il pm, perché i Bianchi «sono noti per le aggressioni contro stranieri o soggetti resi deboli dall’inferiorità numerica. I Bianchi anche in questo caso usano le mosse di Mma (l’arte marziale che praticano a livello agonistico, ndr) come un’arma per affermare il proprio potere».

A corredo di questa sottolineatura vengono mostrate in aula le foto dei profili social dei due, finite anche sui giornali: muscoli, tatuaggi, pose aggressive, armi. Altre inchieste parallele ne hanno svelato gli affari di droga; ed è pure spuntata una chat, chiamata «Gang Bang», che raccoglieva il vanto per i pestaggi in tutta la provincia. È Gabriele come ricostruito dalle 45 testimonianze ascoltate al processo, che sferra il primo calcio frontale e mortale con la pianta del piede al torace di Willy: «Un calcio dato in maniera professionale e devastante», dice il pm. corriere.it

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