Scanno, cervo allontanato dal centro abitato cortocircuito culturale drammatico

di Sofia Di Pirro 

La decisione delle autorità di disporre l’allontanamento del cervo dal centro abitato di Scanno – arrivata dopo l’ennesimo episodio di turisti spintisi oltre il limite per un selfie – è la spia di un cortocircuito culturale drammatico. Quando la brama dell’immagine azzera le distanze di sicurezza, le conseguenze della nostra irresponsabilità ricadono direttamente sul vivente, costretto all’esilio per garantire un’incolumità che l’uomo non sa più tutelare. Questa dinamica sollecita una riflessione alta sul significato dell’immagine naturalistica. Nell’era dell’ipervisibilità, fotografare non è mai un atto neutrale. Come evidenziava la saggista e teorica dell’immagine Susan Sontag, lo scatto rischia di trasformarsi in una forma di appropriazione e di possesso sublimato del soggetto. A questa brama di consumo visivo fa eco la lezione del filosofo Arne Næss, padre dell’Ecologia Profonda, che invita a superare l’errore antropocentrico di misurare il valore della natura in base alla sua fruibilità per l’uomo: un animale non esiste per essere “catturato” da un obiettivo. Qui l’etica dell’immagine incontra il pensiero di Hans Jonas: assumere una postura responsabile verso la biosfera significa riconoscerne il valore intrinseco e accettare il principio del limite. Fotografare responsabilmente richiede la capacità di fare un passo indietro, ponendo la tutela del soggetto ritratto al di sopra della vanità estetica. Il vero rispetto per la fauna si misura nella capacità di custodirne l’alterità e la distanza. La vicenda di Scanno dimostra che ridurre l’ambiente a uno specchio del nostro ego digitale è l’esatto contrario della custodia. Se vogliamo che la fotografia rimanga uno strumento di conoscenza, dobbiamo restituirle la sua dimensione etica originale: non una forma di invasione visiva, ma un atto di responsabile contemplazione e un’osservazione attraverso cui analizzare i fenomeni del mondo.

Redazione Digital