Nessuno in piazza a sostegno dei giovani iraniani, 20mila morti noi siamo con loro
Di solito le critiche «perché si manifesta per questo e non per quello» suonano pretestuose. Ma stavolta è diverso. Colpisce la mancanza di solidarietà dei giovani dell’Occidente di fronte al martirio dei loro coetanei iraniani, che protestano e muoiono per rivendicare il diritto di fare le stesse cose che in Occidente appaiono naturali: ascoltare musica, ballare, girare vestiti come si vuole, amare chi si vuole; e scegliere democraticamente da chi si intende essere governati. Intendiamoci: è normale che i giovani dell’Occidente siano più severi, più critici, più esigenti con chi appartiene alla nostra parte di mondo. Ma questo silenzio, questo vuoto finisce per essere un regalo agli ayatollah. Se le strade di Roma, di Milano, di Parigi, di Berlino, di Madrid, di Barcellona, di Londra si riempissero di giovani in sostegno della rivolta iraniana, i giovani iraniani sarebbero più forti. Poi certo se la soluzione fosse facile la si sarebbe già trovata. Non è la prima volta, dal 1979, che il regime vacilla. L’idea che torni il figlio dello Scià mi pare un po’ vaga, un po’ costruita a tavolino, tipo Karzai in Afghanistan. Ma di fronte a una teocrazia barbuta, vecchia, violenta, non schierarsi equivale a stare con Khamenei. Gli ayatollah definiscono i giovani ribelli «nemici di Dio». Ma chi lo stabilisce? Quando un uomo decide da quale parte sta Dio, sta bestemmiando. Non c’è fede, non c’è religione, non c’è pietà nelle sue parole; c’è solo attaccamento al potere, difeso dalle squadracce mascherate che sparano sui ribelli all’altezza del cuore. corriere.it








