Casalino grillino, l’ufficio del portavoce di Conte ha le dimensioni di un campo da calcetto

L’ufficio di Rocco Casalino, a Palazzo Chigi, ha le dimensioni di un campo da calcetto. Fu un bellissimo capriccio. 
Il funzionario gli mostrò la stanza di solito destinata al portavoce del premier. Rocco restò immobile per alcuni istanti (solo il labbro superiore iniziò a tremargli: gli succede sempre quando sta per esplodere). 
Poi, battendo i piedi, urlò: «Orrore! È uno sgabuzzino!».
Il funzionario, mortificato, chinò il capo. Nel pomeriggio iniziarono i lavori di ampliamento e così, adesso, non sarà una questione di scatoloni. Servirà una ditta di traslochi. 
Rocco, entrando lì, si è da subito percepito in grande. È inutile cercare di definire il suo ruolo: demiurgo, spin doctor, eminenza grigia, sottosegretario senza aver giurato sulla Costituzione. Rocco è stato quello che gli è stato consentito di essere. Mettendo in controluce la figura di questo ex concorrente del Grande Fratello — palestrato, 48 anni portati sempre dentro abiti stretti e corti, da buttafuori di discoteca brianzola — si comprende meglio quanto quella in cui siamo precipitati non sia una crisi di governo, ma una crisi di sistema.

Certo, per i cronisti politici sono stati anni stupendi. Rocco allude, tratta, corteggia, annuncia, rimprovera, minaccia, drammatizza e poi, quasi sempre, perdona. Permaloso e un po’ mitomane (tornando da Bruxelles: «Per questo benedetto Recovery avete ringraziato tutti, da Conte a Gualtieri, e vi siete dimenticati di me»), pignolo fino all’ossessione, narratore sfrenato (Lele Mora, suo ex agente: «Ha talento, è solo un filo pettegolo»). 
Rocco odia Wikipedia. Cova una bizzarra pretesa all’oblio. Invece fai clic, e la sua storia torna. L’infanzia in Germania, a Frankenthal. Il padre operaio, la madre commessa, pugliesi emigrati da Ceglie Messapica che si spezzano la schiena per farlo studiare. Lui si laurea a Bologna, in Ingegneria: ma non ci si vede in un cantiere. Così gira un po’ a vuoto, finché, nel Duemila, riesce ad entrare nella “Casa” di Canale 5, prima edizione del reality, milioni di italiani incollati morbosamente alla tivù: lui resiste alla segregazione 92 giorni con Pietro Taricone e Marina La Rosa (che, la scorsa estate, gli fa la cortesia di raccontare a Cruciani&Parenzo: «Rocco era bravissimo a leccarmi i piedi»). 
Lui diventa un puma. Perché intanto s’intrattiene con Trump, e organizza cene con Conte, Macron, Merkel: dove, senza esitare, si siede a capotavola. Poi si alza e, al cellulare, decide gli ospiti dei talk show (Il Foglio spiegò che c’era un “Codice Rocco”), in Rai è temutissimo, annulla interviste ai quotidiani («Stabilisco io se Peppino parla o no»), via whatshapp — duro come gli ha insegnato Casaleggio padre — minaccia i dirigenti del Mef: «Li cacciamo».

Dannato cellulare.
Non usarlo così, Rocco.
Sei troppo disinvolto.
Glielo dicevano: ma niente.

Crolla il ponte Morandi a Genova, i pilastri in macerie ancora fumanti, la conta dei morti e dei superstiti, ma lui si lamenta con i giornalisti: «Basta, non mi stressate! Chiamate come pazzi. Io ho pure diritto di farmi un paio di giorni, che m’è già saltato Ferragosto, Santo Stefano, San Rocco…».
Era un “vocale”, c’era l’audio: è costretto a chiedere scusa. Pochi giorni dopo i paparazzi lo sorprendono comunque sugli scogli con José Carlos Alvarez, il suo fidanzato cubano. Questo Alvarez è un ex cameriere, ha perso il lavoro, vive di sussidi, però un giorno viene segnalato all’Ufficio Antiriciclaggio della Banca d’Italia: il suo istituto bancario registra movimenti sospetti di cifre “rilevanti”. Panico. Rocco che urla. Crisi nervosa. Poi prova a spiegare: «José giocava in Borsa, non sapevo nulla, è vittima di ludopatia». 
Versione ufficiale. Non si discute. Come quando confessò a una Iena, su Italia1: «Hai mai provato a portarti a letto un rumeno? Se gli fai dieci docce, continua ad avere un odore agrodolce». Ragazzi – spiegò poi Rocco – «ma è chiaro, stavo recitando». Sparita, invece, la pagina Linkedin in cui vantava un master in business administration conseguito all’università di Shenandoah, in Virginia («Mai avuto uno studente con il cognome Casalino», comunicarono dagli Usa).

Senza master, ma con un talento naturale per lo spettacolo. Conte che legge i Dpcm nella notte; le conferenze stampa in cui le telecamere sono costrette — in una liturgia rivoluzionaria — ad inquadrare un po’ il premier e un po’ anche lui, Rocco; gli Stati Generali dell’economia organizzati a Villa Doria Pamphili nello sfarzo e nella totale inutilità.

La politica, però, è una roba diversa. Rocco, ad un certo punto, non ci capisce più niente. Scrive un libro autobiografico. Augusto Minzolini, tornato squalo, pubblica su Twitter un suo audio di tre giorni fa. «Amore, ci sarà un Conte Ter, stai tranquillo». Comincia a girare una notizia: subito dopo aver saputo che Mario Draghi aveva accettato l’incarico, «l’ex portavoce di Conte ha cominciato a fare pressioni sulle truppe a 5 Stelle, chiedendo di non votargli la fiducia».

Rocco smentisce.
Rocco è isterico. 
Rocco, coraggio, è finita. Vieni via, esci da quell’ufficio. corriere.it