Blindati dell’Esercito in mezzo alla strada, massima allerta in Italia

A metà di un tiepido pomeriggio che sembra traghettare senza sussulti Roma verso la primavera, nel piazzale davanti l’uscita principale di Termini ci sono una camionetta e tre auto della polizia, una della finanza, un blindato, tre camionette, una jeep e un suv «in borghese» dell’esercito. A spanne, una dozzina di militari e una mezza dozzina di agenti presidiano i varchi e pattugliano biglietterie, code dei taxi, area shopping. A questo spiegamento di forze si aggiunge l’altro blindato sul lato di via Giolitti (e un’auto della polizia parcheggiata lì per ore) sul lato marciapiede che costeggia l’uscita, un’altra volante sul lato di via Marsala, una manciata di vigilanti privati in servizio per Ferrovie e i periodici passaggi di routine delle auto dei carabinieri. Se l’intento era quello di trasmettere una «presenza» dello Stato in un’area troppo spesso abbandonata o teatro di violenze e reati di vario genere, non si può dire che questo presidio passi inosservato. Ma l’altro effetto raggiunto è quello di fornire a chi magari arrivi a Roma in treno per qualche giorno di turismo la sensazione di essere sbarcato in una città messicana dove si combatte con le armi la rivolta dei narcos o dove c’è una allerta terroristica imminente. Il confine tra efficacia (anche politica) e ridondanza del messaggio che se ne trae è affidato alla sensibilità di ognuno.
A un mese esatto dal varo dell’«operazione speciale» voluta dal governo per contrastare la microcriminalità attorno alla stazione e sull’onda dell’aggressione a un dipendente ministeriale (in gran parte riscritta dai successivi accertamenti), la presenza dell’esercito e quella rafforzata della polizia sono diventate parte della brulicante umanità che anima piazza dei Cinquecento e strade limitrofe. Lo si capisce dalla familiarità con la quale il titolare di uno dei ristoranti etnici presenti su quel meltin pot indefinito del versate est chiacchiera con uno dei militari, raccontandogli delle prescrizioni del ramadan. E lo si intuisce dalla dimestichezza con cui altri militari sanno dare tutte le indicazioni del caso a una turista straniera alla ricerca del regionale che parte dai binari est, quelli leggermente più avanzati rispetto agli altri approdi.
Il contingente deciso dai ministeri della Difesa e dell’Interno in accordo con la questura e il coordinamento del dipartimento di pubblica sicurezza prevede due blindati «Puma» a sei ruote dell’Esercito (quelli delle missioni in Libano e Afghanistan, per intenderci) schierati in Piazza dei Cinquecento e via Giolitti, con presidio fisso dalle 7 del mattino all’1 del giorno dopo. Assieme ai fanti dell’aeromobile (basco blu, pistola, sfollagente) ci sono i paracadutisti della Folgore (basco rosso, non più fucile d’assalto). È a questi ultimi, sotto il gazebo mobile all’angolo con via Manin, che si avvicina un padre con la figlia di 8 anni per chiedere una foto assieme. «Le piacciono molto i carabinieri», dice forse confuso. La stessa tenda era stato teatro del saluto portato di persona dalla premier Giorgia Meloni all’esordio di questa operazione rientrante nel programma «Strade sicure».
L’apparizione della presidente del Consiglio è stata seguita a ruota da tiktoker e politici di livello decisamente più basso in cerca di visibilità E sulla stessa onda, a stretto giro, sono arrivate le polemiche. Sulla militarizzazione del centro, sull’opportunità di usare episodi in fondo minimi di cronaca per operazioni così imponenti, sull’inutilità dell’impiego dell’esercito, data la loro impossibilità di intervenire con funzioni di polizia anche se un reato si consumasse davanti ai loro occhi. E anche i vigilantes, pur se armati, hanno come prima indicazione quella di chiamare la polizia. Vigilano, appunto, senza intervenire.
Un episodio racconta forse meglio di ogni discorso quali sono le regole di ingaggio. A un certo punto un uomo di mezza età arriva al gazebo dei militari e senza proclami, si piazza in silenzio davanti al blindato su via Giolitti, poi issa il suo cartellone giallo che dice «No alla città, militarizzata, No allo Stato di polizia» più altri slogan. Una protesta tanto innocua ed estemporanea, quanto forse fastidiosa per i due parà di turno. Ma non è questo il punto. La contraddizione della loro presenza, come denunciata da chi polemizzava su questo spiegamento di forze, emerge con chiarezza quando i due militari, super addestrati ma senza potere di intervento, devono chiamare una volante per far allontanare il manifestante solitario. Pochi minuti di pacato dialogo, lui consegna il cartellone e va via. Chissà che non fosse proprio questo l’obbiettivo della sua apparizione.
L’effetto dissuasione dei militari è però innegabile. L’immagine di un territorio non governato che si aveva soprattutto quando il cantiere del restyling creava anfratti e angoli bui dappertutto (accampamenti in pieno piazzale, risse con lancio di sampietrini e via dicendo) sembra lontana. Qui è lì ci sono i resti di giacigli e gente che si appoggia alle recinzioni dei lavori giubilari ancora in corso per creare un rifugio notturno, mentre a terra resta da issare l’ultimo dei piloni che a regime illumineranno a giorno la piazza. Per il popolo di sbandati, ubriachi, piccoli pusher basta però allontanarsi di qualche metro, verso il sottopasso o alle spalle di via Manin, dove la sagoma dei blindati non è più distinguibile. corriere.it