lunedì , 25 giugno 2018
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Italia in ginocchio, da Mussolini a Rocco Casalino

Italia in ginocchio, da Mussolini a Rocco Casalino

La mattina del 10 giugno 1940 la notizia che Benito Mussolini avrebbe parlato agli italiani si diffonde velocemente. Numerosi accorrono in piazza Venezia per ascoltare le parole del duce mentre nelle altre piazze d’Italia, altrettanto gremite, il discorso di Mussolini viene trasmesso via radio. A Roma, a Milano, a Torino, a Napoli, a Trieste, a Venezia, a Reggio di Calabria le parole del duce galvanizzano i presenti. Gli italiani manifestano la loro ammirazione verso Mussolini con evidenti ovazioni e con interminabili applausi.

Il capo del governo italiano, alle 18, comunica al mondo che la dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Mussolini non riesce a terminare la sua frase perché interrotto dalle grida festanti dei sostenitori in piazza Venezia. Ovunque la gente inneggia alla guerra. L’entusiasmo degli italiani è alle stelle, immaginano una guerra lampo, “Blitzkrieg” per dirla con Alfred Von Schlieffen. Al contrario il conflitto sarà lungo e sanguinoso; le armi impiegate per abbattere il nemico saranno, per la prima volta, di ogni tipo.

L’interrogativo che a distanza di settantotto anni tormenta storici e addetti ai lavori è rappresentato dalla necessità o meno di entrare in guerra. A posteriori riduttivo affermare che la decisione di Mussolini fu azzardata. Sicuramente l’Italia non era preparata a partecipare alle manovre nonostante per venti anni il duce avesse provato a forgiare un popolo di combattenti. Obiettivo otto milioni di baionette ma il regio esercito non aveva mezzi adatti, non aveva uomini a sufficienza. La regia marina e la regia aeronautica non procedevano sinergicamente tra loro. Gli aerei e i carri armati erano troppo leggeri e sguarniti. L’Italia non possedeva ingenti risorse da destinare all’industria bellica. Il valore e il coraggio degli italiani però non mancarono. Militarmente la scelta fu quindi affrettata. Diversa la posizione politica. Mussolini infatti aveva stretto alleanza con la Germania nazista che il 10 giugno 1940 era già padrona di gran parte dell’Europa. Il 14 giugno la resa ufficiale della Francia e di lì a poco la Gran Bretagna sarebbe diventata un’isola di pescatori senza la misteriosa pagina di Dunkerque.

Insomma, Mussolini decise di dichiarare guerra dopo un periodo di non belligeranza per poi schierarsi dalla parte del più forte fino a quel momento. Immaginava una guerra rapida, cosi non fu e queste valutazioni pesarono enormemente sul destino dell’Italia. La campagna di Russia sconvolse definitivamente gli equilibri. I generali fango, neve e freddo furono fatali per Hitler. Cosi Germania e Italia iniziarono a cedere in Europa, in Africa e nel pacifico dove il Giappone, alleato di Roma e di Berlino, dopo aver colpito Pearl Harbor, base navale degli Stati Uniti d’America, subì la risposta statunitense che si concluse con lo sgancio della bomba atomica nel 1945.

Dopo settantotto anni l’Italia è passata da Mussolini a Rocco Casalino. Dal sognare otto milioni di baionette ad avere dieci milioni di grillini. Una escalation agghiacciante.