mercoledì , 26 settembre 2018
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Carri armati russi a Praga, invasione comunista

Carri armati russi a Praga, invasione comunista

Seimila blindati e mezzo milione di soldati stroncano il sogno della Primavera del 1968 per Praga e per la Cecoslovacchia. L’invasione sovietica decreta la fine del ‘socialismo dal volto umano’, desiderato dal politico Alexander Dubček, sotto lo sferragliare dei cingoli dei carri armati a scapito del trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza tra Paesi comunisti. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe di cinque Paesi del Patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia tra l’incredulità della gente che non riesce a considerare nemici i soldati e circonda i carri armati cercando di dialogare in russo con gli occupanti. Anche Umberto Eco – testimone oculare – lo racconta sulle pagine dell’Espresso del primo settembre 1968. Dubček chiede di non opporre resistenza, ma alla fine il bagno di sangue è inevitabile: 200 persone muiono negli scontri.

Il politico cecoslovacco, eletto nel gennaio 1968 segretario generale del Partito Comunista (Pcc) e premier dell’allora Cecoslovacchia, è protagonista di un tentativo di introdurre elementi di democrazia in uno dei sistemi più duri del Patto di Varsavia. Con l’elezione, in marzo, dell’ex generale Ludvík Svoboda alla presidenza della Cecoslovacchia, le riforma sociali hanno la strada spianata. All’ordine del giorno c’è la censura che viene parzialmente abolita, il ripristino della libertà di parola e d’opinione e l’apertura delle frontiere. Nel progetto c’è anche la creazione di una Cecoslovacchia federata. Pur non mettendo in discussione la propria fedeltà all’Urss di Leonid Il’ič Brežnev, le riforme cecoslovacche allarmano i russi.

Due mesi più tardi, il giornalista e scrittore ceco Ludvík Vaculík pubblica il ‘Manifesto delle duemila parole’: una dichiarazione di aperto dissenso nei confronti del partito comunista – ma non eversiva – e un invito all’ala progressista a lavorare per una svolta più decisa. Dubček e altri riformisti non condividono il Manifesto, che viene sottoscritto da centomila persone, e la repressione si abbatte su migliaia di firmatari mentre il leader del Pcc condanna pubblicamente il testo. La Primavera finisce qui. E il 3 agosto a Bratislava Dubček incontra Brežnev per rinnovare la sua fiducia, nonché quella del Paese e del partito, all’Unione Sovietica.

Ma al Cremlino le rassicurazioni non bastano. La decisione è oramai presa da tempo e le immagini dei tank sovietici in piazza San Venceslao fanno il giro del mondo. La propaganda di Mosca insiste sulla liberazione del Paese dai controrivoluzionari, mentre la radio di Praga continua a diffondere i disperati messaggi nell’Europa libera esortando a non credere a quella versione palesemente falsa. Il 24 agosto, Dubček e gli altri esponenti del governo cecoslovacco vengono portati a Mosca e obbligati ad accettare la presenza delle truppe del Patto di Varsavia e a rinunciare al programma di riforme. Il sogno della primavera di Praga evapora tra le nuvole grigie che sovrastano il Cremlino. Comincia l’era della “normalizzazione”, ovvero la repressione e il riallineamento all’ortodossia sovietica.

Il 16 gennaio 1969 lo studente universitario Jan Palach, senza dire una sola parola, si cosparge di benzina e si dà fuoco in piazza Venceslao. Il mondo plaude al gesto disperato e guarda con ammirazione la vicenda. Centinaia di migliaia di persone partecipano ai funerali del ragazzo e sfidano il regime. Il 17 aprile, però, Dubček viene destituito e il suo posto è rimpiazzato da Gustav Husák. “Non solo non abbiamo taciuto, ma abbiamo agito e cercato di pesare, e di fronte all’intervento militare dei cinque Paesi del patto di Varsavia abbiamo espresso il nostro grave dissenso”, afferma Pietro Ingrao alla Camera il 29 agosto 1968. rainews.it